I loro segnali, le mie insegne, il profumo delle mani, i sogni tridimensionali. E il resto.
(Y)MCO
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Se fossi informatico dentro (N.B.: se fossi!) dopo aver scaricato eMule ci avrei messo 10 minuti a capire come funziona, o comunque avrei dovuto avere la capacità e/o la voglia di metterci anche una giornata per farlo.
Invece è ancora lì, inutile.
Per fortuna c'è lui che in queste cose è "altrettanto" prof e mi ha fornito i file mp3 di un paio di cose che avevo in vinile e che non ascoltavo da anni.
Anni, sì.
Una in particolare non la sentivo almeno da quando ho dismesso il mio vecchio hi-fi con giradischi e ho perso la copia in cassetta che avevo fatto... facciamo '97-'98, più o meno.
Beh, non immaginate l'emozione che ho provato ieri sera nel risentire quel riff elettronico così '80s, ciclico e perfetto, che apre il brano.
In una decina di secondi mi sono piombati addosso i miei acquisti dopo il liceo per comperarmi i vinili con le paghette, ho rivisto la scritta gialla e nera sul fianco della vetrina del negozio di dischi e la mia mano che apre la porta verso la conquista, i pomeriggi da liceale a ascoltare quelle canzoni e le sere davanti al caminetto con il vinile che gira e le cuffione a tagliare via i rumori della mia famiglia ancora intera nel post-cena di là...
Poi è arrivata subito la voce di Loretta (che in quegli anni di album semicantautorali -il brano è dell'87- ogni tanto sporcava con un minimo di carta vetrata arrochita la sua voce) e sono tornato dov'ero.
Così mi sono godutola musica, semplice e bellissima, monotona e depressa sulla strofa e esplosa, un po' serena e un po' rassegnata sul ritornello. E per un testo che parla di qualcosa intorno alla depressione è perfetta.
Il testo, appunto. Non mi sono mai ammalato di depressione, ma un paio di vole ci sono andato vicinissimo e così oggi lo apprezzo ancora di più (pur essendo di Mogol, che ha scritto una mezza manciatina di testi solidi in mezzo a centinaia di cazzate e che è forse il maggiore caso di sopravvalutazione con tanto di luce riflessa della storia della musica italiana).
Una luce che è quasi nessuna: le piccole difficoltà che diventano problemi che occupano ogni minuto, la sensazione di qualcosa che ci salvi che si intravede solo e della propria vita come un'occasione persa, una persona amata/amante al fianco la cui presenza aiuta, per cui si teme di essere un peso e comunque nei cui occhi ci si butta ma senza avere una soluzione...
Ladies and gentlemen:
Una luce
(Mogol, Gianni Bella)
Che colore ha la speranza un giorno verde l'hai decifrato
Sulla scheda è scritto un dato che non ho cromato blu
Ma che ne è stato di quel villaggio là
Sei ritornato ci sei più andato là
Una fabbrica d'ossigeno produce cielo grigio
Questa è nebbia o più semplicemente è la città
Ma quanta rabbia ma quanta rabbia qui
Qui nella gola che ho soffocato ormai
C'è una luce che intravedo ma purtroppo non arriva mai
È per questo che ricado senza forze dentro gli occhi tuoi
C'è un aereo che scompare nella notte nel tramonto torbido
Mentre guardo la televisione e chiedo che canale vuoi
Non dispiacerti non è per te
Ti voglio bene solo che
C'è una luce che intravedo ma purtroppo non arriva mai
È per questo che ricado senza forze dentro gli occhi tuoi
Questa vecchia bicicletta d'arancione l'hai pitturata
Dove ho messo porco mondo quella mia non lo più
Me l'han rubata o l'ho prestata ma
A chi l'ho data non mi ricordo più
C'è una luce che intravvedo ma purtroppo non arriva mai
È per questo che ricado senza forze dentro gli occhi tuoi
C'è un aereo che scompare nella notte nel tramonto torbido
Mentre guardo la televisione e chiedo che canale vuoi
C'è una luce che intravedo ma purtroppo non arriva mai
È per questo che ricado volentieri dentro gli occhi tuoi...
C'è una cosa che mi inibisce più di tutte le altre, o meglio che ai miei occhi (per non parlare di altre parti del corpo
) trasforma anche il più bello, figone, interessante, gnocco in qualcosa che non solo non mi attrae, ma anche che mi infastidisce: i capelli lunghi.
Infatti non conosco un uomo che non ci abbia guadagnato tantissimo quando l'ho visto con i capelli (più) corti (e questo vale anche per gli ordinari tagli di manutenzione).
Il preambolino è per arrivare a questo. Mentre poco fa finalmente completavo il post sul concerto della Mannoia che leggete qui poco sotto, ho visto ospite nella trasmissione della Ventura l'attore protagonista del nuovo film di Ermanno Olmi. Dopo essere sempre stato un truzzofigone rovinato da una chioma selvaggia da pirata della Garbatella e da abbigliamenti e accessori alla eteroplatinette, ora è
un uomo meno bello ma la sua sfacciata e riacquisita normalità (normalità... si fa per dire...) lo rende uno a cui si fatica a togliere gli occhi di dosso, eccome (un po' come mi capita con il mio ex marito Miguel, per non parlare di Non-riesco-a-dirlo).
Eh sì, anche Raz Degan si è tagliato i capelli.
Ca(ra)mpane a festa!
(Appena trovo anche una sua foto in rete col nuovo taglio la posto qui.)
So che gli amici napoletani son là a cenare e ridere, li sento in sottofondo durante la telefonata con lui.
Poi mentre ascolto l'ultimo cd dei "Non voglio che Clara", sul ritornello semi-carillon e del tutto intimista di "Un nome da signora" me li rivedo nel dopo cena...
Parte una mia manciata di sms e uno di quelli che ricevo in risposta mi dice:
"Lui dorme da un bel po' e noi altri guardiamo la tv e controlliamo il suo sonno e ammiriamo i suoi cambi di posizioni scomode."
Pam.
Secco.
Inutile negarlo, lo vedo pure io, vivo come in un filmato e anche con 750 km in mezzo. Ormai lo conosco bene, ho imparato i suoi movimenti e i piccoli sbuffi quando fa così. E [melassa mode on] mi prende una tenerezza che non si ha idea, che mi fa circondare con entrambe le mani tutta la tazza della solita tisana serale, per sentire un po' di caldo sperando che quel calore faccia asciugare più presto gli occhi lucidi.
Prologo
Avevo criticato con una fermezza amara e delusa qui il fatto che una come lei (in senso non dispregiativo, anzi...) avesse portato il prezzo dei biglietti del suo tour a 52 euro. Quindi avevo anche deciso di usare la stessa cifra di un paio di biglietti in un altro modo (3 mesi dell'adozione a distanza di un bambino del suo stesso Brasile o un'andata e ritorno a Napoli ).
Solo che un sms molto a sorpresa e altrettanto imbucato alla una di sabato notte mi dice che probabilmente avrei potuto accomodarmi su una poltronissima dello Smeraldo e godermi il concerto senza colpo ferire (per il mio conto corrente).
In meno di 24 ore ho raccattato un caro amico (che è fan di Mietta , ma è amico lo stesso) e bello prevenuto un po' negativamente per le sue ultime scelte e risultati discografici, mi son ritrovato a essere Mario Venuti al concerto della Mannoia (evito di rendere pubblici i gustosi dettagli, comunque stavolta non era perché qualche miope un po' confuso mi ha scambiato per lui come è successo una manciata di volte).
Atto unico
Va beh, cominciamo col dire che ancora si fatica a capire come certi artisti si ostinino a tenersi stretti i loro carnefici (Piero Fabrizi vale per la Mannoia come Cantarelli - e altri/e forse - per Fossati e come Guarino per Bersani...). Ok che la pigrizia di Fiorella necessita di qualcuno come Fabrizi che si prenda carico di tutto, ma la domanda è: possibile che non ci sia un altro che può farlo? Un Mauro Pagani avrebbe fatto del disco brasiliano di Fiorella un capolavoro (come ha fatto per i tre dischi in napoletano di Massimo Ranieri), Fabrizi invece fa un compitino che a volte va fuori tema, a volte è il minimo indispensabile, a volte sbaglia bersaglio. Solo la voce e il talento della Mannoia salvano il tutto. Basta sentire "Senza un frammento" di Djavan per rendersene conto: una canzone splendida che lui infarcisce chitarrine da oratorio di campagna e coretti che manco gli Eurofestival negli anni '70. Dice: "Ma anche l'originale era così." Beh, l'originale ha una certa età e mica è detto che sia la versione migliore, soprattutto oggi e con una voce diversa che la canta.
Comunque, stavolta finalmente mi sono più divertito che irritato.
E questo nonostante fossi appunto un po' prevenuto e nonostante:
- Paolo Conte sta alla Mannoia come un poster di Valeria Marini nuda sta al muro della mia cameretta (con la mezza eccezione di "Messico e nuvole"), ma lei si intigna e ogni volta ne tira fuori qualcuna nuova;
- l'intonazione e le note alte continuano a essere un problema (forse sempre più difficile da risolvere) che rendono traballanti e deludenti anche canzoni che a priori avrei detto perfette per lei ("C'è tempo" di Fossati e "Io che amo solo te" di Endrigo);
- il fraseggio preciso all'eccesso diventa talvolta troppo evidente e disturba l'efficacia dell'interpretazione, o anche la sola gradevolezza dell'ascolto (con effetti talvolta imbarazzanti in alcune canzoni in barsiliano, come in "Mas que nada" che sul cd è legatissima, rallentata e quasi imbarazzante o come in "Panama" il cui ritornello diventava "...ora che sti/amo / in / mare sull'orizzonte / ottico non c'è si dovrà pur / vedere...": sono sembrate quasi delle versioni sottotitolate per ipoudenti);
- la scelta dei brani lascia sempre scontento più di qualcuno ma non ha assolutamente alcun senso infilare in scaletta delle imitazioni fossatiane come "Belle speranze" o dei brani come "Caterina e il coraggio" (che pur attual-social-fafigo è qualitativamente discutibile, mentre in questo ambito ci sono cose come "L'altra madre" che hanno ben altro mordente) e lasciare fuori capolavori assoluti come "Le notti di maggio" che costituiscono un codice mannoiano appena meno riconoscibile della furbetta e ahimè ormai inevitabile "Quello che le donne non dicono".
Ma dicevo che mi sono divertito, eccome. Eh sì.
Infatti in "Panama", "I treni a vapore" e in altre canzoni ormai consolidate come "Sally" la stoffa di interprete della Mannoia, che affonda "la sua voce di legno bagnato" (come l'ha ben definita Niccolò Fabi) nelle emozioni più nascoste e vere, è emersa senza difficoltà come ai suoi tempi migliori, anzi stavolta mi sembra che sia stata ancora più grande.
Aggiungiamoci che poi finalmente sono tornate le coriste femminili che hanno aggiunto movimento a alcune canzoni, creando un nuovo tappeto quasi indispensabile (ha ripreso un vigore inaspettato anche "Il culo del mondo", nonostante la stecca più grande che io le abbia mai sentito fare in tutti i suoi concerti a cui ho assistito).
Infine per fortuna anche "Mas que nada" ha messo l'acceleratore e le altre scatenate tropicali - da segnalare soprattutto "Senza paura" rubata per qualche sera alla signora Ornellona - hanno fatto divertire Fiorella in primis e poi tutto il pubblico (tranne qualche vecchia babbiona con la pelliccia sulle spalle che aveva un viso più perplesso che risvegliato da un improvviso torpore). Anzi, invece che invitare a ballare e visto che il prezzo dei biglietti di questo tour era davvero disallineato, perché non fare una ripresa nei club come aveva anche fatto Fossati l'anno scorso, così si abballa e si poga tutti e ci si strofina alla brasileira (quantunque il pubblico mannoiano sia ben poco gayo)?
"Siamo così
complemente complicate..."
(Fiorella Mannoia, Milano, 18 aprile 2007)
Bis
Non avendo cantato "Le notti di maggio", pensavo che mi sarei risparmiato la commozione. Infatti così è stato, anche se il finale di "Senza un frammento" poteva essere fatale perché mi ha ricordato un'immagine che per caso avevo visto poche ore prima...
"O amor e a agonia
Cerraram fogo no espaço
Brigando horas a fio
O cio vence o cansaço
E o coração de quem ama
Fica faltando um pedaço
Que nem a lua minguando
Que nem o meu nos seus braços.

L’amore e l’agonia
serrano il fuoco e lo spazio
lottando senza respiro
vincendo i sensi e lo strazio
e il cuore di chi si ama
rimane senza un frammento
come luna che si affaccia
come me tra le tue braccia."
Ormai sono delle sorte di scadenze. Già qui infatti avevo festeggiato il primo mezzo di mio nipote; ora aggiungo uno.
Un anno e mezzo fa, insomma, nasceva il mio amore piccolino (eccolo mentre si diverte in acqua, nella sua scialuppetta da bagno).
Bravo pìcen, avanti così. Senza correre, che già non so nuotare e poi ormai senza di te ho paura.
"Remember the breakwaters down by the waves
I first found my courage
Knowing daddy could save
I could hold back the tide
With my dad by my side..."
(Peter Gabriel, da "Father and son")
(E attenzione che per fare la parafrasi corretta della citazione bisogna mettere me nella parte del figlio e lui in quella di chi dà coraggio e forza!)
Avendo un testone rotondo, da anni cerco di ricordare che devo tenere le mascelle un po' distaccate così da far scendere e allungare apparentemente il viso.
Per farlo devo però contrastare la mia tendenza a tenere la bocca ben serrata.
È che a forza di stringere i denti poi uno si disabitua a parlare. Ma la voglia di farlo, e di urlare talvolta, resta. Ecco perché forse non lo sa (più) fare.
Stamane mi sono alzato un po' più presto del solito.
E alle 6 e mezza mi è (ormai) impossibile sopportare il tono saccente, finto provocatorio-alternativoinvece-effettivamente-ordinarissimo e quindi ancor più indisponente di Sua Gurezza Emanuela Falcetti Da RadioUno (che qualcuno le dia le "Istruzioni per l'uso" per rintanarsi in redazione e tacere in saecula saeculorum, amen) e allora ho acceso il pc per ascoltare un po' di musica e vedere già i siti dei quotidiani mentre faccio colazione.
Mi sono accorto che avevo ancora nel lettore il dvd di "Will & Grace" che avevo guardato lunedì pomeriggio in treno e così mi sono appena goduto una colazione un po' friendly.
Invece di quelle della Falcetti, prendete la mia istruzione per l'uso: mai bere qualcosa mentre si guarda "Will & Grace". Potreste (come è successo a me) rischiare il soffocamente o l'inondamento del pc con una sbruffata di the sentendo perle come questa:
JacK: "Karen, non puoi distruggermi e poi buttarmi fuori a calci: tu non sei il mio amante!"
Altre meraviglie le trovate cliccando qui.
P.S.: E ho deciso: da grande voglio fare la Karen. 
(Scritta ieri sera, alle 21.50 circa.)
Ci sono comunque parentesi in cui stringo i denti, con queste distanze e con queste vite particolarmente di corsa.
E la corsa che fa ora tappa a Roma Termini non accadeva da tre settimane, mica neanche tanto.
Eppure ogni volta che - come ora - il treno sta entrando in stazione, mi accorgo di una cosa e mi viene in mente lo stesso paragone: a distanza di sei mesi giusti giusti, scendere in tarda serata per mezza Italia per stare un po' insieme mi riempie ancora di una gioia che mi fa vedere le luci che girano e scorrono al di là del finestrino con lo stesso stupore, attesa, euforia di un bambino che vede avvicinarsi quelle delle giostre delle fiere in una sera d'estate.
"Gira gira volta
Braccia aperte e naso in su
E la banda andava piano piano a cominciar
Note stonate un via vai di ingenuità
La gente profumava di sudore e dignità
Il terzo fuochista
L'artista quotato dì più
Sparò i suoi colori nel cielo
E nel silenzio vennero giù
Oro turchese amaranto corallo smeraldo caffè
La bimba in quel cielo d'oriente
Vide la vita e l'amore che c'è
Un du' tre
Tre colpi a finire e la notte tornò
Da allora rimase a sognare
E i colori per sempre con sè si portò."
(Da "Il terzo fuochista" di Tosca
...che lo so che al mio primo fuochista non piace, però a me adesso calzava anche a pennello.)
Rimando ai giorni prossimi un post di risate e ora - spalancando le paratie e cedendo a tutto il mio razionalissimo sentimentalismo - preferisco pensare ai sorrisi di Elena e Giuseppe, che non ho visto e che non vedrò.
Ma che sento in qualche modo vivi.
Ciao a due amori piccolini.
"Come avessi alle spalle un viaggio lunghissimo [...]
adesso sono un altro, non lo so
il vero e il falso, so soltanto che
continuo a pensare a te
adesso sono qui
in mezzo a questo temporale
affondo anch'io così
in questa nostalgia
che fa più male di ogni male
e che rimane nel mio cuore
sarebbe facile dire
non voglio soffrire mai più
ma la bellezza della vita muore
e poi rinasce all'improvviso
in questo istante ha lo stile
lo stesso sorriso
che hai tu."
(Da "La bellezza della vita" di G. Morra e M. Fabrizio)
(Del "letto sicuro" di Denny avevo già parlato un anno fa, qui e qui. Chi non la conosce magari la ascolti o ne ri-legga il testo.)
"Io giù da un letto sicuro mi butto alle sei
e un caffè d'acqua sottile ti porto, Denny..."
(Ivano Fossati, da "Denny")
Sabato 10 a Roma si terrà la manifestazione a sostegno dei Dico.
Cliccando qui andate al sito ufficiale, così chi vuole partecipare si può organizzare.
Salvo imprevisti ci sarò, perché è naturale e nient'altro che semplicemente giusto che quel letto che Denny sente sicuro possa esserlo veramente.
La voce smerigliata di Nada canta della "Luna in piena" proprio poco prima che inizi l'eclisse... ah, già, c'è l'eclisse.
Il termometrino esterno della Oregon mi dice che fuori ci sono 15 gradi quindi ok, posso stare sul balcone con solo la felpa. Esco... ma vedo il solito cielo, chiuso in uno stretto rettangolo di tetti di condomìni. Dovrei scendere, quindi, per vedere l'eclisse.
Ah, non la si può perdere, la prossima sarà nel 2026...
E invece me ne sto in casa, che è ovvio che quello che non c'è si può non vederlo o vederlo che tanto è lo stesso.
Doveva essere un sabato di bucato, pulizie, cucito, palestra, spesa, SanRemo autonomo...
Invece, appena alzato per la telefonata di mia sorella poco dopo le 10, ho messo un suo cd di Peppe Barra e ho cominciato a ridere come faccio sempre quando lo sento recitare questa cosa:
"Ho comprato un vaso di Murano...
...
...che strano, che strano.
Ho comprato un vaso di bronzo...
...
...
...
...
...
...
...che strano, che strano."

























Quindi ridendo mando un vaffanculo al casalingo disperato e oggi me la prendo libera.