I loro segnali, le mie insegne, il profumo delle mani, i sogni tridimensionali. E il resto.
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Da qualche anno era rimasta forzatamente latente in me la passione per la musica svedese e più in generale kitsch-pop (nel senso nobile del termine, che il kitsch per venire bene presuppone studio e talento, e non sto affatto scherzando). Fino al '97, cioè finché le reti televisive italiane l'hanno trasmesso, mi potevo soddisfare un po' guardando gli Eurofestival. Ma dopo il buio.
Poi è arrivato Internet, con YouTube e lui.
Fra le canzoni che mi ha passato ce n'è una grazie alla quale vi posso allietare il weekend (nonché le settimane a venire) e farvi vedere che in realtà la clonazione umana è già stata attuata. La prova è che hanno preso Luciana Littizzetto e Tina Turner e ne hanno fatto una donna sola. E che donna!
Ladies and Gentleman, ecco a voi, con tutto il suo clamoroso e invidiabile stacco di coscia, gli ammiccamenti un po' porcelli e un po' felini, le coriste indemoniate e le battagliere coreografie...
Nanne Grönvall in "Håll om mig".
Godete, stupite, godete (e arrivate fino alla fine, che l'ultimo minuto e mezzo del video è il migliore).
P.S.: Non state a segnalare 'sta cosa a "Che tempo che fa", che l'ho già fatto io. 
Mi riconoscono molto spesso portatore sano di una generosità buona e attenta. E infatti quasi sempre se qualcuno, anche non un amico particolare ma solo un conoscente o un "collegato", mi chiede un favore, corro. E lo faccio presto e più che posso bene. Non posso farne a meno.
Una piña colada troppo fredda mi ha regalato un mal di testa che copre un po' il dolore sordo che sento nello scoprire che, ora che sono io ad avere chiesto qualche favore anche abbastanza importante, qualcuno di quelli che ho chiamato è corso a sua volta. Via.

Nulla da aggiungere (per ora).
Prima di andare a letto, mentre mi lavo i denti sono quasi obbligato a vedermi dritto nello specchio. In questi giorni preoccupati le rughe agli occhi sembrano più fitte e fanno come un piccolo tetto a quelle trasversali lasciate delle guance un po' svuotate e stanche.
Torno in camera mia, sono dai miei. Entrando vedo sulla parete di fronte alcune foto di 10 e 30 anni fa e là, appoggiata appena sotto, la borsa che aperta mostra già qualche vestito da riportare a Milano. Qui mi sentivo alle strette ma la metropoli "livida e sprofondata" mi va sempre più larga, solo che è quella che forse mi può offrire più cibo alla mia varia fame, almeno per ora. Più vado avanti e più penso non per sempre.
Mi preparo con l'iPod alle orecchie per addormentarmi sfumando in compagnia e mentre mando un altro sms all'Ostrica del Vomero mi vedo chiaramente, ormai perfetto protagonista di alcuni vecchi versi che da qualche giorno ascolto spesso...
"Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes"
(Jacques Brel)
Mon dieu quanto sono io, purtroppo al mio massimo talento.
(Sono state due settimane di corse fra Cremona, Napoli e Milano. Datemi ancora un paio di giorni e poi ritorno a rispondere ai commenti, a mostrare qualche pezzo d'estate e a rassicurare qualche lettore.)
Eppure oggi si era partiti un po' bene, e per fortuna quel bene resta. Così ogni tanto in questa serata imprevista milanese ripenso a Elia sorridente, contagioso e promossissimo alla visita, a lui che poi da dietro il sedile mi stranfùgna le orecchie dicendo "Ècchie!" e "Zzzziu!" e che mi manda baci con lo schiocco mentre scendo dall'auto al volo approfittando del rosso del semaforo...
Questi pensieri sono dei piccoli intervalli mentre cerco di ricordare più di un po' il viso di un bambino che due settimane fa era alla festa di compleanno di mio nipote. L'avevo visto per la prima volta in quell'occasione, il piccolo di poco più di due mesi di un caro amico di mio cognato, anche suo testimone di nozze. Mi ha chiamato poco fa mia mamma, con la voce che dissimulava con toni lenti e drammatici e con molta e inutile fatica la commozione. Quel giorno, da brava ex-infermiera di maternità, se l'era ninnato fino a farlo addomentare. Anche oggi pomeriggio il piccolo si è addormentato. Però non si è più svegliato.
La fredda eleganza medica la chiama SIDS, la tradizione della gente la chiama crudamente morte nella culla.
Non so, mi sento come sospeso mentre scrivo. C'è la mia musica qui intorno, mia unica compagnia invece di ciò che era previsto fino a poche ore fa, cioè invece dello sferragliare di rotaie e di qualche volto sconosciuto e certamente un po' sospetto. C'è questo senso muto di finale generale di tutto e allo stesso tempo di niente, di continuità e di attesa. Nonostante tutto di continuità e di attesa.