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(Premessa: penso che incrociare una stessa persona a Milano per 4 volte in due-tre mesi, se questa non abita vicino a te né al luogo dove lavori e viceversa, è un fatto non straordinario ma almeno un po' curioso.)
Quest'estate al Borgo l'avevo urtato e mi ero accorto solo poco dopo, girandomi, che si trattava di lui.
Poi l'ho anche incrociato 4 volte per le strade intorno al centro; entrambi eravamo una volta a piedi e tre volte in bicicletta, l'ultima delle quali poco fa in piazza Duomo.
Io non so se è un segno del destino, comunque in tal caso invece di fugaci passaggi affiancati non si potrebbe farci scontrare in bici o farmi passare col rosso quando c'è lui?
Insomma, destino: se devi dirci qualcosa, vuoi deciderti ad essere più chiaro? 
Martedì sera ero in macchina con lui e ascoltavamo "Tu non ti pungi più" della a me dilettissima coppia Battisti-Panella. Stavamo chiaccherandoci sopra, in realtà, ma quando è arrivato il verso "E questo è quanto..." ci siamo interrotti, guardati e abbiamo cantato all'unisono il verso successivo. Poi lui ha aggiunto sorridendo "Eh, qui dovevamo per forza interromperci!"
Infatti, da anni, quando qualcuno dice "E questo è quanto." a me viene sempre da dire (e spesso dico davvero) "Con una belva accanto!".
Veniamo a stasera. Sono in coda per un gelato e una ragazza davanti a me parla con un'amica della scelta che deve fare, se mollare o no il suo fidanzato. L'altra interviene con "Guarda, se il cervello prende il sopravvento..." e io piano "nasconde voci da buttare via / ma tira un vento che conosco già / mi sembra nostalgia." Poco dopo, uscito, cerco subito sull'iPod quella canzone (Ruggeri-Cocciante per Fiorella Mannoia del periodo aureo, mica bruscolini) e ascoltandola mi trovo a riflettere su quante volte devo avere ascoltato quel brano, che ormai ha quasi 21 anni. E su come devo averlo ascoltato, legandoci attenzioni, immagini, emozione.
E via così con altri pensierini sul fatto che probabilmente questa - come qualche decina di altre - me la porterò sempre rintanata addosso, pronta a sgusciare fuori anche involontariamente, fino a qualche fine. Eppure quella stessa manciata di parole per molti altri, anche a me vicini, non dice assolutamente niente. Da lì avanti ancora verso considerazioni poco conclusive e ancor meno utili sulla musica e sui prodigi che più di altre arti riesce a compiere su di me in questo senso. E - quel che mi stupisce - non solo su di me, penso.
Arrivo a casa e aggiorno la lista dei libri da curiosare/comprare presto aggiungendo "Musicologia" di Oliver Sacks, così almeno mi do un po' più di senso a queste allegre pippette mentali. Ma è "Musicologia" o "Musicofilia"? O ancora "Musicomania"? Accendo il pc, così controllo sul web.
Ok, "Musicofilia". Segnato.
Dato che ci sono, vediamo le notizie sul Corriere on line.
Ecco, appunto. A proposito di musica che continua... Leggo la notizia e mi intristisco un po', mi viene in mente la sua voce poco carica di sfumature interpretative ma molto gradevole, davvero perfettamente "pop" quando si unisce a quel riff al piano, semplice ma implacabile, che l'ha reso famoso. Poi mi viene in mente "Let me in" con Rossana Casale. E "Together" con Amii Stewart. Ah, sì, poi la mia preferita: "Friends", che aveva lasciato tutta a lei.
Molti, sono certo proprio molti più di quello che si pensa, ricordano le sue note. E molti le ricorderanno ancora, senza sapere che erano di Mike Francis. Io lo so e lo ricordo qui, mi sembra giusto e perfino, nella sua inutilità vagamente patetica, perfino bello. Fino a qualche fine.
Stamane uscendo mi sono accorto che la temperatura si è abbassata di tre/quattro gradi, nonostante il sole.
Ah, già, giusto: da oggi e fino al primo febbraio sono tradizionalmente i giorni più freddi dell'inverno, o così almeno vuole la tradizione delle mie campagne. I giorni della merla, li chiamiamo. Fino a 70-80 anni fa nelle cascine si cantavano all'aperto, le donne ricoperte di scialli stratificati e gli uomini (e che uomini!
) con cappello e tabarro. Le strofe erano alternate tra il coro di una cascina e quello di un'altra vicina, in una ragnatela incrociata di luoghi, ritornelli, persone.
Quindi oggi niente iPod e via a canticchiare in bici, anche se da solo non mi viene bene perché senza la seconda voce il ritornello non vola... vola, vola, volievolievole-elaaaa...
"Trà la ruca'n mès a l’èra
se gh’è nìgul sè’nserèna
volilela volilela, volilela volilà
La brügna l’è fiurida
e tüti i la rimira
volilela volilela, volilela volilà
voli voli vola volievolievoleela
La brugna la fa il fiore
e tüti i fan l'amore
volilela volilela, volilela volilà
La brügna l’è cascada
e tüti i la ütada
volilela volilela, volilela volilà
voli voli vola volievolievoleela..."
(Certo che altro che fashion, milanese, intellettuale, metrosexual... Sono proprio ancora un gentil(u)omo di campagna. E mica mi spiace.
E qualcuno storcerà un po' la boccuccia, anche per il "vuoto" di contenuto e la maggior frequenza dei miei recenti post, già me l'immagino. Pace.)
Primo tempo
Non scherzo: mia mamma compra frutta e verdura al cimitero. Sì, perché il suo miglior fornitore è dalla scorsa estate una famiglia di napoletani che ogni sabato si mette nel parcheggio del campo santo con il proprio camion. La sua offerta commerciale però travalica il mondo del vegetale "non lavorato" e così una volta quest'estate mi son trovato a casa dei miei pure il pane cafone. (Per chi non lo conosce, in breve è un pane molto saporito e dal retrogusto di lievito, vagamente elastico all'interno ma dalla crosta dura). Sorpresa e sommo gaudio. Sì, perché due anni fa, dopo averlo scoperto, ogni tanto mi concedevo il lusso di fare colazione con la mia solita tazzona di the e due o tre fette di pane cafone tostate sulla griglia elettrica e spalmate di marmellata (soprattutto di arance). Poi il lusso è diventato abitudine, interrotta all'inizio della scorsa estate e ripresa appunto quando mia mamma lo ha trovato e proposto in tavola senza sapere che lo conoscevo bene.
Secondo tempo
Arrivano i freddi e da metà novembre il camioncino vesuviano appare raramente nel parcheggio, così come la mia mamma il sabato mattina (che la bici, con la sua età e questo freddo, per fortuna spesso la evita e deve attendere che qualcuno la accompagni in giorni e ore diversi dai suoi soliti).
Cos' le mie colazioni hanno ripreso a essere a base del Biscotto della Salute, delle fette Gentilini o delle buone ma tristi Fette di Pane Vitasnella
Happy End
Il mercoledì è mercato nella mia via. Stamane scendo presto e vedo che al posto di uno dei tanti banchetti di frutta che si schierano sul marciapiede opposto ce n'è un altro, con una pila di pagnotte implasticate e il cartello "PANE CAFONE AL FORNO 3€". Cinque secondi di apnea, sorrisone, per fortuna ho tempo di fare il colpo prima di correre al lavoro. Chissenefrega del ricarico (il doppio di quello che lo pagavo a Napoli), me ne compro due così lo affetto e surgelo e per un paio di settimane sono a posto. Poi chiedo se e dove posso trovarlo ancora. Risorrisone, ogni martedì è in viale Papiniano. Le mie colazioni sono salve. Torno di sopra e mi metto all'opera...

Ah. Ottimo. Ottimo in sé e per il sapore - effettivo e evocativo - amplificato in intensità dalla sua recente e breve ma sensibile assenza dalle mie papille mattutine. Anche se.
"Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale."
(Dante Alighieri, da "La Divina Commedia" Inferno, 17, 58-60)
Sopporto poco volentieri la Carlucci - ormai parodia vintage di se stessa - e i vari MariottiZazzarini in giuria, ma la gara di ballo delle stelle (???
??? si fa per dire: Metisdimeo?, Alessio Di Boh?, Andrea Montequalcosa...) ha un che di divertente dovuto soprattutto alla musica ben suonata e cantata e un che di magnetico dovuto alla gara in sé. Quindi le prime due puntate a pezzi un po' me le ero guardate, di passaggio durante le faccende di casa o sdivanato dai miei, tanto per far compagnia all'anziana genitrice.
Nei giorni scorsi, però, mi sono imbattuto nella pubblicità del ritorno su La7 de "L'ispettore Barnaby". Insieme a "Un medico fra gli orsi" e "Law and order" fa parte del trittico che secondo me da significato all'esistenza della parola Telefilm (va beh, "Will & Grace" e una mezza manciata di altri sono dei divertissement più che dei telefilm). Omicidi cinici, improbabili, nerissimi, grotteschi, gelidi eppure pieni di humor: Barnaby è indubbiamente molto british e quindi altrettanto incurantemente politically uncorrect. Nella serie dell'anno scorso, tanto per dire, una vecchia chiacchierona veniva uccisa spingendola nella maxi lavatrice a secco dell'albergo dove lavorava e azionando poi lavaggio e centrifuga, un altro che aveva dilapidato una fortuna in bottiglie di vino preziosissime veniva legato a terra su di un prato e l'assassino con una sorta di catapulta gli lanciava addosso tutte le sue bottiglie, una per una.
Stasera: un prete brucia di autocombustione nella sua canonica, poi pure il suo amante. Sì, perché salta fuori che aveva una relazione col parroco vicino e che molti sapevano. Infatti aveva perfino in casa una bella foto incorniciata di lui e l'altro in costume al mare abbracciati. Roba che se l'avessero realizzato in Italia avrebbe fatto buttare il sonno a decine di genitori del Moige e un po' di spazio a qualche pagina di giornale. Invece niente, grazie alla programmazione intelligente de La7 passa come un programma qualsiasi (mentre è anche una trasmissione a cinque stelle lusso).
Insomma, magari dateci un 'occhiata. Perché oltre alla recitazione perfetta e l'ambientazione nella vecchia campagna inglese (che ogni tanto ti aspetti che salti fuori Miss Marple) capita anche di trovarci una di quelle battite da segnarsi subito sul quadernetto:
"Tutti hanno bisogno di qualcosa di buono da odiare."
(da "L'Ispettore Barnaby - La strega di paglia")
Attenzione!!!
Prima di cliccare su Play badate bene a dove e con chi siete. In caso di minori troppo minori munitevi di cuffie, in caso di suscettibili troppo suscettibili o seriosi troppo seriosi invece alzate il volume al massimo (e aprite l'ombrello
).
Per il resto buon divertimento a tutti e una marea di sberle e spernacchiamenti a Povia.
(E a Carmine Di Pancrazio - la cui canzone potete, anzi dovete
scaricare qui o qui - applausi, osanna, lodi, sacrifici, oboli... che anche solo per la prima strofa e i due versi finali con il sostitutivo del tubare piccionesco si meriterebbe tutti gli Oscar e i Nobel dell'anno.)
Aggiornamento delle 9.30
Sentivo poco fa a "Il ruggito del coniglio" una canzone del 1984 esclusa dalla partecipazione all'Ambrogino d'oro: "L'elefante gay" (ascoltabile qui). Magari siamo noi cattivi e si scoprirà all'uscita immancabile dei testi su Sorrisi che Luca è un elefante...
Aggiornamento delle 21.30
Come non detto. Ho appreso poco fa (come si può leggere qui) che il testo di "Luca era gay'" sarà reso noto solo quando quel sommo artista lo canterà al Festivalone.
Ho come l'impressione che sopravviverò tranquillamente a quest'attesa nel silenzio poviesco.
Sua madre mi dice sorridendo che ora è così grazie al Ceparin e a una ragazza. E intanto lo sentiamo cantare dal bagno. Distratto dai miei pensieri e dalle sue parole, non ascolto bene quando, con un tono sì scherzoso ma permeato di un compiacimento che a scoppio ritardato mi risulta indigesto, aggiunge qualcosa del tipo "Non come quando c'eri (solo) tu."
Deglutisco. Pausa. Ma il Ceparin non è un antibiotico? E chi sarebbe questa persona? E poi: unA ragazzA? Mi verrebbe da prendere a sberle lei per svegliarla - ma non aveva capito tutto? - e lui perché per quante gliene dia - e per quanto mi farebbe male dargliele - se ne meriterebbe comunque di più.
Invece: certe illusioni non si possono rovinare e così, mentre cerco di sciogliere il groppo in gola e quello al cuore, annuisco e rispondo al sorriso, in silenzio.
Cercavo poco fa un paio di indirizzi su Google Maps e mi sono accorto della funzione "Street View": a volte digitando un indirizzo si ha anche una panoramica a 360 della via più o meno in quel punto e magari anche la visione di intere strade che si possono percorrere slittando con il mouse. E' una di quelle robe che rischia di farti perdere ore cazzeggiando al pc, insomma.
Incuriosito, ho voluto appurare se si vedeva il luogo da cui sto scrivendo ora. Eh sì, molto di taglio ma si vede il condominio. Ma soprattutto all'incrocio che c'è a pochi metri ho notato che legata a un palo c'è la mia bici rossa.

E' una scemata, ma ho sorriso per cinque minuti, come se mi sentissi famoso, continuando a guardarla e avvicinarmi, girarci intorno, allontanarmi e riavvicinarmi col mouse. 
Cosa non si fa per ingraziarsi un po' la notte.
"Come se fosse facile
convincersi a non ridere troppo di sé"
(Ivano Fossati, da "Lunaspina")
Un buon testo (tanto come si sa comunque la lingua spagnola basta a farmi venire mezzo brivido in più) che si dipana su una melodia vagamente ciclica e arrangiata al lume di tante candele afose.
Un'interpretazione degna, da parte di un front man transgender in maniera implausibile ma con la giusta noncuranza (come si può vedere dal vivo qui).
Soprattutto un video esagerato e semplicissimo, da manuale / antologia / premio / vedetevoi. Si muove tra ironia e sogno, la sua eleganza non mostra niente ma la sua sfacciataggine suggerisce troppo e così da quando l'ho visto la prima volta (chissà come) due o tre anni fa non l'ho più dimenticato: è una delle cose più erotiche e sensuali che abbia mai visto.
Mandate a letto i piccoli e godetevi i Babasonicos. Buon "Rubí"...
(Ne esiste anche una versione al femminile che ora è irreperibile su YouTube e che si può vedere solo registrandosi sul loro sito. Peccato, ma non troppo.
)
Finita (sfinito) la prima giornata dei saldi, incontro negli spogliatoi Antonio, tanto caruccio e gentile, certamente dei "nostri" secondo il gaydar, uno che se fossi più giovane e un po' meglio di "non brutto" ci farei un paio di pensieri (casti e non) e magari ci proverei a fare il galante.
Due chiacchiere su come è andata la giornata e mentre usciamo preparo le chiavi della bici. Me le vede e chiede "E stasera? Cosa vai a fare di bello in bici il sabato sera dopo i saldi?"
Sto per rispondere ma incrociamo una collega e così "ciau me e ciau te" la risposta resta là. (E qui facciamo finta di non sapere che dalle mie parti il detto completo è "Ciau me, ciau te, chèi che ciàa i'è sèmper chèi alter!"
)
Meglio.
Sì, ora posso dire che è meglio che sia andata così. Mica avrei potuto dire che andavo a casa a fare il bucato del bianco, scrivere qualche nota da consegnare un po' astioso domani alla responsabile sul perché e sul percome ieri sera con due colleghe ho fatto le undici e mezza al lavoro, nel frattempo guardare di lato un vecchio film un po' irritante e un po' magnetico con Rupert Everett e Madonna (e farsi venire mezzo magone), poi abbozzare pure la lettera di dimissioni (un po' per scaramanzia e un po' perché ho proprio le palle girate come mai mi è successo in un anno di lavoro qui), ascoltare la notizia della morte di Valentina Giovagnini (e farsi venire l'altra metà del magone), last but not least cucire qualche bottone e la fodera della tasca di un cappotto (e così trovare che tra una tela e l'altra è rimasta nascosta per quasi un anno una moneta da un euro... ah, beh, allora è la mia serata fortunata...).
"Il passo silenzioso della neve", la sua canzone di SanRemo 2002, era stata una delle cose migliori ascoltate al festivalone (e anche e soprattutto al di fuori) negli ultimi anni. Molto bella e molto brava, a fianco degli schemi senza caderci, anzi abbastanza lontano da farsi notare e ricordare come una al di fuori (e pure un po' al di sopra) della mischia.
Poi purtroppo non aveva praticamente fatto ancora altro. Ma il suo album ce l'ho, l'avevo già comprato allora quando mi era sembrata una che la Tatangelo (che l'aveva preceduta nella classifica e da subito nella notorietà) se la mangiava a pranzo e cena.
Poco fa, mentre ascoltavo il tg che arrivava dall'altra stanza, ho saputo che il passo silenzioso che ha fatto su una strada ieri è stato l'ultimo.
Un saluto a Valentina Giovagnini e ancora tanti, tanti ascolti...